col cavolo
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3rd August 2011

unpalombaro:

Avrei da lavorare. Ma la sua lettera sembra richiedere una risposta senza troppo indugio. Sebbene io non sappia se potrò esserle di alcuna utilità, e creda e speri che a quest’ora lei abbia dimenticato quel che soleva chiamarsi (dai francesi) il suo moment de spleen. Ma questo spleen (ce spleen des anglais) tornerà di sicuro, ed è forse bene che lei sia provvisto di quel qualsiasi inefficiente rimedio che io posso offrirle contro di esso, e immagino che le piacerà d’udire una voce da Firenze, una voce che le è molto amica.
Così, mio caro ragazzo, tiro via. Prima di tutto mi pare che lei soffra non solo del compimento di un desiderio, del famoso n’est-ce que cela? ma anche degli anni d’incertezza, di compressione, quasi d’irreparabilità attraverso i quali è passato, e passato a questa fortuna assolutamente inattesa. Lei era così assolutamente senza speranza […]. Ciò esaurisce anche se uno non ne è conscio pel momento; è come le scarpe strette che impediscono di camminare quando le si levano.
In secondo luogo penso che lei possa soffrire di quello attraverso cui passano molti giovani: la depressione del mezzo del cammin. Sembrano essere giunti alla fine delle loro risorse, delle illusioni, delle speranze, e anche del disagio della prima giovinezza, e non possedere le risorse degli anni maturi, le certezze, le abitudini che mettono l’uomo e la donna che han superato i trent’anni in grado di andare avanti felicemente ed energicamente in un modo interamente diverso da quello che avrebbero ritenuto possibile prima; molti prima della mezz’età a malapena posson dire di aver formato il carattere e le abitudini: essi son fatti di famiglia, di tradizioni e ideali nazionali (compreso ciò a cui non credono), e in casi come il suo particolarmente son fatti delle loro letture. […] Ciò che mi ha dato tanto piacere nelle nostre ultime conversazioni era il fatto che mi sembrava che la prosperità l’avesse fatto crescere, che una reale personalità, una personalità interessante e spontanea stava emergendo da quel patetico fascio di impressioni libresche che fin allora era stato ai miei occhi Mario Praz. […] Non posso rinunciare all’idea che lei sta sviluppandosi in un essere umano maturo e che il suo spleen sia in parte causato da questa penosa e lenta trasformazione dall’io irreale della prima giovinezza nella realtà, prosaica e confortevole e, speriamo, utile dell’età matura.
in terzo luogo, sospetto che lei abbia bisogno di innamorarsi. […] Voglio dire che credi piuttosto che essere innamorati senza speranza possa servire a maturare: non so. Naturalmente prima o poi dovrà sposarsi, e dovrà vivere e lavorare e aver coraggio con questa prospettiva: intendo dire che dovrebbe farsi uomo che è una cosa diversa da un giovanotto. Dovrebbe trattare questi anni (forse insipidi) come Lehrjahre, apprendendo a conoscere se stesso e ciò che il mondo può darle. […]
Sia pieno di curiosità distinte dalla letteratura; le quali faran sì che la letteratura apparirà quale dovrebbe essere, non un compito, ma una gioia. E anche, per amor del Cielo, balli, vada ai concerti… Se continua a essere annoiato, si rassegni ad esserlo per un paio d’anni. […]
Lei è un giovane molto fortunato; si proponga di non demeritare la sua fortuna. Cresca, caro Praz.

(Vernon Lee/Violet Paget a Mario Praz, 28 gennaio 1924)


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